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L’amore, i pregiudizi e le ipocrisie nascosti dal velo del senso comune

6 marzo 2012

È stato in scena presso il Teatro Bolivar dal 2 al 4 marzo Burqa, scritto e diretto da Angelo Rojo Mirisciotti.

L’amore può essere una colpa o un problema? Questo è l’interrogativo con cui sembra aprirsi lo spettacolo Burqa, scritto e diretto da Angelo Rojo Mirisciotti. L’amore di cui parla lo spettacolo supera i confini della contestabilità, della discutibilità poiché grande quanto i confini del mondo: è un amore che tende un abbraccio tra l’universo cattolico e quello islamico e l’autore, attraverso l’opera, intende proprio sottolineare che questo tipo di amore non deve rappresentare un elemento di difficoltà.
La sinossi esplicita due risposte al suddetto quesito: sì, rappresenta colpa o problema se l’ambito di accoglienza di un simile sentimento è chiuso al “nuovo” e al “diverso”. E, ancora, la risposta è sì se questo stesso ambito scherma, attraverso sbarre di finta rispettabilità, il proprio “diverso” nei confronti di una società che crede che non lo accetti.

L’archeologo Gabriele Bramante ritorna, dopo un lungo periodo di assenza, a Napoli, nella sua casa natia abitata dalla madre, donna Viola, dalla sorella Valentina e dalla perpetua Pierina. Questa piccola “società al femminile” è fondata su un ottuso senso di religiosità cristiana fatto di preghiere, difese con santini e invocazioni d’aiuto celeste. Società sessuofobica in cui il maschio è un pericolo poiché stupratore. Così veste i suoi panni di rispettabilità. Il ritorno del figlio non è però sentito affatto da loro come quello del “figliol prodigo”, ad eccezione della domestica che, pur non arrivando ad ordire trame allo scopo di essere complice del “padroncino” (come nelle commedie plautine), comunque esploderà nel finale sottolineando una vicinanza mentale al giovane e uomo Gabriele piuttosto che alle “sorelle” donne per le quali ha vissuto al servizio per anni. Il ritorno del figliolo non è paragonabile a quello della nota parabola cristiana poiché il famoso archeologo rincasa con una grossa, sconvolgente e deludente sorpresa: una sposa musulmana. L’effetto comico di idiosincrasia è immediatamente visibile dal primo ingresso in scena di Fatma, il cui gioco linguistico del non capire mai di chi sia figlia diviene un leit-motiv divertente.

Nella sua prima apparizione la sposa viene “cosalizzata” dalle donne della casa ed è pertanto evidente l’approccio al diverso come sentimento di percezione del sé con un’aura di superiorità. Il co ntrasto tra “salotto votivo” con tanto di dipinto dell’Addolorata e lumini da un lato e apparizioni con burqa dall’altro è sempre evidente, tanto che la scenografia rimane la stessa per tutta la pièce. Il luogo e il tempo sono unici, senza salti.

Da sottolineare l’interpretazione caratteristica di Luca Marano, nei panni di Riccardino che con equilibrio e sobrietà traccia la personalità del “bravo ragazzo”, timido, dai buoni sentimenti e succube della vivace fidanzatina Valentina, interpretata da Paola Mirisciotti (che ben rappresenta nella voce e nella gestualità il cambiamento tra un “prima” e un “dopo” rivelazione), il quale dimostra sul finale, però, risolutezza e forza di carattere nel rifiuto dell’ipocrisia. È in evidenza anche la recitazione di Gabriele (Mirko Giacci) che abilmente si muove sulla scena e riesce a non rendere mono-tono neppure il monologo finale dagli accenti sì moraleggianti, ma purtroppo attuali.
E allora risulta evidente, a fine spettacolo, che il gioco di un amore tra credi differenti non è che un velo che ricopre altre verità: un volto con burqa che si contrappone a volti che non lo indossano, è un volto con un velo che può essere sollevato concretamente in tempi specifici e con persone prestabilite. Ma esiste un burqa invisibile fatto di pelle che non può essere stracciato mai. Di conseguenza il tema centrale si sposta dall’amore all’ipocrisia. Nessuna camicia o gonnella da collegiale indossate da Valentina sono, in questa accezione, più rispettabili del burqa di Fatma.

Laura Fedele

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